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27 novembre
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L'anima dei Lupi.....

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"I lupi sani e le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso, e grande devozione. Lupi e donne sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza. Sono profondamente intuitivi, esperti nell'arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi."
Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi
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by Sofia


| 26 novembre
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Il Giorno del Ringraziamento, una storia leggendaria
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Il Giorno del Ringraziamento, sicuramente la festa più sentita dagli Statunitensi,
ha una storia piuttosto antica. E tanto leggendaria che, oggi,
si fa fatica a scindere la verità dal mito. Le radici, poi, sono lontane e affascinanti.
Nel XVI secolo Enrico VIII Tudor “litiga” col papa e, approfittando
della effervescente situazione internazionale decide di scindere la chiesa d’Inghilterra
da quella di Roma. Con quel gesto, rivoluzionario e volutamente provocatorio, vuole autonomia.
Politica anzitutto, ma pure religiosa. E, in effetti, si auto-proclamerà capo della Chiesa Anglicana.
Poi, come successo in altri contesti protestanti, i culti minori verranno male o per nulla tollerati.
Ed è proprio per sfuggire a tale intolleranza, che un gruppo di padri pellegrini
deciderà di trasferirsi in Olanda. In un secondo momento, poi, spinti da esigenze materiali
o forse per puro spirito di avventura, decideranno di intraprendere
un rischiosissimo viaggio transoceanico a bordo della Mayflower. Siamo nel 1620.

Alla personale conquista di una terra creduta vergine dal punto di vista religioso,
spirituale e materiale. Un mondo scoperto da oltre un secolo,
ma ancora per lo più sconosciuto. La mitica America.
Dopo due mesi di travagliatissimo viaggio (le onde dell’Oceano inghiottiranno
ben quaranta dei centodue padri pellegrini), i sopravvissuti esausti
e terrorizzati sbarcheranno nel Massachussets.
Se questo fosse un classico romanzo d’avventura, a questo punto
i patimenti marittimi dei padri pellegrini sarebbero risarciti con un lieto fine.
E invece, il 16 dicembre 1620, si troveranno in una terra del tutto inospitale
e senza viveri, avendoli praticamente terminati tutti durante il viaggio.
Quell’inverno, perché loro di inverno giunsero in quella disgraziata terra,
periranno quasi tutti di stenti. Chi ebbe la fortuna e la tempra necessaria
a sopravvivere all’odissea marina prima, e a quella terrena poi, conoscerà,
quando la stagione si farà più clemente, alcuni indiani della zona.
Solitamente i religiosi erano mandati in America dalla corona di Castiglia.
E ci andavano per conquistare e convertire. Ma questi padri pellegrini,
che il viaggio lo avevano fatto per conto loro, di predicare e di uccidere non ne avevano intenzione.
Prima di tutto perché il loro proposito non era quello,
avendo essi stessi per primi affrontato la scure dell’intolleranza.
Poi, erano troppo deboli di corpo e di spirito in una terra per loro disumana.
Le teorie in merito all’incontro con i nativi americani sono discordanti.
Secondo alcuni, avvenne con uno solo di essi, unico sopravvissuto
di una precedente e meno simpatica conoscenza europea. Il suo nome era Squanto.
Secondo altri, e questa è la versione che dà origine al mito,
gli indiani festanti erano numerosi e accolsero gli Europei
portando tacchini e cervi, di cui la loro terra era colma.
Indiani e padri pellegrini si scambiarono le culture. Più spirituale quella degli Europei,
più pratica quella dei nativi americani. Fu così che il 1621 e soprattutto
gli anni a venire furono, per gli inglesi trapiantati, anni fortunatissimi.
Avevano imparato a cacciar tacchini e cervi, a far deliziose salse di mirtillo
e a coltivare il mais, prodotto principe di quelle zone.
E si fecero feste da ambo le parti, con spirito di benvenuto
di chi quelle terre da sempre le aveva abitate.
E con spirito di ringraziamento da parte invece dei padri pellegrini.
Ringraziamento rivolto agli indiani secondo alcuni, per altri invece,
il thanks era riservato al Divino. Che tanta grazia e misericordia aveva loro concesso.
Il giorno del ringraziamento, il Thanksgiving Day, quindi.
Fu Abraham Lincoln, al termine della guerra civile nel 1863,
a domandare al suo popolo di festeggiare con dovizia e regolarità tale giorno.
Venne decretato il quarto giovedì del mese di Novembre.
Prima si festeggiava lo stesso, ma la data non era stata convenzionalmente fissata.
Da allora, quel giorno, viene dedicato all’ingrasso generale.
Come il nostro Natale, insomma. Consumismo culinario
da contrapporre idealmente alle terribili sfortune
che i padri pellegrini avevano conosciuto al loro arrivo.
Cibi squisiti e tradizionali che devono essere gustati
pensando a Dio e agli indiani. Anche se questi ultimi,
con tutta probabilità, son stati colpevolmente dimenticati dalla storia e dalla collettività.
La povera “razza tacchinaria” vien poi assai ridotta di numero
i giorni precedenti la festa. Persino il presidente degli Stati Uniti
se lo dovrebbe andare a cacciare, per poi prepararselo e mangiarselo.
In quaranta milioni finiscono dentro al forno. Poi salsa di mirtilli, zucche, bacche e patate.
Gli Stati Uniti, si sa, sono un paese vasto e eterodosso.
Le tradizioni son comuni, almeno per quanto riguarda il giorno del ringraziamento,
ma i particolari con cui si festeggia son diversi.
Sulla East Coast il tacchino è spesso ripieno di costosissime ostriche,
perché bisogna festeggiare il fatto che, al contrario dei primi padri pellegrini,
le ostriche ce le si può permettere, mentre al Sud
il povero pennuto vien imbottito del più modesto granturco.
Perché la umile e sana tradizione dei padri pellegrini sia mantenuta e onorata.

da
www.ilreporter.com/

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Buon Giovedì.....
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AMA LA VITA!
Ama la vita così com'è. Amala pienamente, senza pretese; amala quando ti amano o quando ti odiano, amala quando nessuno ti capisce, o quando tutti ti comprendono.
Amala quando tutti ti abbandonano, o quando ti esaltano come un re. Amala quando ti rubano tutto, o quando te lo regalano. Amala quando ha senso o quando sembra non averlo nemmeno un po'.
Amala nella piena felicità, o nella solitudine assoluta. Amala quando sei forte, o quando ti senti debole. Amala quando hai paura, o quando hai una montagna di coraggio. Amala non soltanto per i grandi piaceri e le enormi soddisfazioni; amala anche per le piccolissime gioie.
Amala seppure non ti dà ciò che potrebbe, amala anche se non è come la vorresti. Amala ogni volta che nasci ed ogni volta che stai per morire. Ma non amare mai senza amore.
Non vivere mai senza vita!
( MADRE TERESA DI CALCUTTA)

By Sofia

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Tra 29 giorni è Natale..... | | 25 novembre
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(video durissimo)

"La violenza è l'ultimo rifugio degli incapaci!"
Isaac Asimov |
Il 25 novembre è un giorno speciale. Triste ma speciale.
È la giornata internazionale contro la violenza alle donne:
non facciamo che sia un appuntamento retorico.
È il momento di voltare pagina, di cancellare la vergogna di mogli, fidanzate,
ragazze picchiate, umiliate, annullate nella loro dignità.

Parta da qui, da questo giorno, una grande battaglia di civiltà. Non è possibile che in un Paese come il nostro sette milioni di donne,
come ci ha rivelato un drammatico studio dell’Istat,
abbiano subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita. Non è possibile che 2 milioni siano state vittime di violenza domestica,
che cento di loro ogni anno vengano ammazzate dal marito o dal convivente,
come ultimo atto di un’escalation di prepotenza e aggressività. Non è possibile che ben il 93 per cento delle vittime preferisca
tacere il sopruso subito, per paura e mancanza d’aiuto. Non è possibile che tutto questo avvenga nell’indifferenza collettiva.
non lasciamo passare questo giorno come tanti altri. Per una volta alziamo davvero la voce,
e chiediamo al Governo, al Parlamento, ai Comuni gesti concreti
contro la violenza di genere, per la civiltà. Vi invitiamo a sottoscrivere
questo documento, che verrà consegnato al ministro delle Pari Opportunità
clic www.donnamoderna.com/quello_che_succede/


dal web | 24 novembre
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Cani e gatti...



Ode al Gatto
Gli animali furono imperfetti, lunghi di coda, plumbei di testa. Piano piano si misero in ordine, divennero paesaggio, acquistarono in grazia, volo. Il gatto, soltanto il gatto apparve completo e orgoglioso: nacque completamente rifinito cammina solo e sa quello che vuole.
L'uomo vuol essere pesce e uccello, il serpente vorrebbe avere le ali, il cane è un leone spaesato, l'ingegnere vuol essere poeta, la mosca studia la rondine, il poeta cerca di imitare la mosca, ma il gatto vuole esser solo gatto dai baffi alla coda, dal fiuto al topo vivo, dalla notte fino ai suoi occhi d'oro.
Non c'è unità come la sua, non hanno la luna o il fiore una tale coesione: è una sola cosa come il sole o il topazio, e l'elastica linea del suo corpo, salda e sottile, è come la linea della prua di una nave. I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola scanalatura per gettarvi le monete della notte.
Oh piccolo Imperatore senz'orbe, conquistatore senza patria, minima tigre da salotto, nuziale sultano del cielo delle tegole erotiche, il vento dell'amore nell'aria aperta reclami quando passi e posi quattro piedi delicati sul suolo, fiutando, diffidando di ogni cosa terrestre, perché tutto è immondo per l'immacolato piede del gatto.
Oh fiera indipendente della casa, arrogante vestigio della notte, neghittoso, ginnastico ed estraneo, profondissimo gatto, poliziotto segreto delle stanze, insegna di un irreperibile velluto, probabilmente non c'è enigma nel tuo contegno, forse non sei mistero, tutti sanno di te ed appartieni all'abitante meno misterioso, forse tutti si credono padroni, proprietari, parenti di gatti, compagni, colleghi, discepoli o amici del proprio gatto.
Io no. Io non sono d'accordo. Io non conosco il gatto. So tutto, la vita e il suo arcipelago, il mare e la città incalcolabile, la botanica, il gineceo coi suoi peccati, il per e il meno della matematica, gl'imbuti vulcanici del mondo, il guscio irreale del coccodrillo, la bontà ignorata del pompiere, l'atavismo azzurro del sacerdote, ma non riesco a decifrare il gatto. Sul suo distacco la ragione slitta, numeri d'oro stanno nei suoi occhi.
Pablo Neruda




by Sofia


dal web | 23 novembre
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Cos'è per te un amico, perchè tu debba cercarlo per ammazzare il tempo? Cercalo sempre per vivere il tempo. Deve colmare infatti le tue necessità, non il tuo vuoto. E nella dolcezza dell'amicizia ci siano risate e condivisioni di momenti gioiosi, poichè nella rugiada , nelle piccole cose, il cuore trova il suo mattino e si rinfresca.
(Kalhil Gibran)





by Sofia
dal web | 22 novembre
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Lacrime di pioggia
 il tuo ricordo mi parla Dalla mia finestra io guardo il mondo che passa
Ed ogni giorno ci sarai ogni minuto che vorrai ad ogni passo della vita E quale strada sceglierai che direzione mi consiglierai ad ogni passo della vita Sei solo un ombra ma la tua voce mi parla io che ho creduto e credo in te tutto l'amore che hai per me ridallo al cuore di tua madre dalla tempesta dal grande sogno del nulla e molto presto capirai che tutti gli anni che vivrai cancellano i peccati suoi
Nei suoi pensieri io vivrò con le sue mani ti accarezzerò ad ogni passo della vita Stringila forte quando avrà paura che c'è il mio amore che non l'abbandona ad ogni passo della vita
Lacrime di pioggia il tuo ricordo mi parla Dalla mia finestra io guardo il mondo che passa
Lacrime di pioggia Lacrime di pioggia
(a. venditti)



by Sofia

dal web | 21 novembre
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Il mistero dei teschi di Napoli

Nelle cave napoletane esisteva un culto di arzille e scrupolose vecchiette che adottavano
i teschi abbandonati e pregavano per le loro anime.
Lo spazio contenente ossa e cadaveri rimase sconosciuto fino alla fine del 17esimo secolo
quando una serie di inondazioni portarono alla luce i macabri resti. Il centro di Napoli
venne cosi’ ricoperto da uno strato di anonime ossa e teschi e si decise di organizzare
un ossario dando vita al cimitero delle Fontanelle.

La leggenda del teschio del « Capitano»
La prima versione ci racconta che una giovane promessa sposa era molto devota al teschio del capitano,
e che si recava spesso a pregarlo ed a chiedergli grazie. Una volta il di lei fidanzato,
scettico e forse un po’ geloso delle attenzioni che la sua futura moglie dedicava
a quel teschio, volle accompagnarla; portandosi dietro un bastone di bambù,
l’uomo usò il bastone per conficcarlo nell’occhio del teschio, mentre,
deridendolo, lo invitava a partecipare al loro prossimo matrimonio. Il giorno delle nozze apparve tra gli ospiti un uomo vestito da carabiniere.
Incuriosito di tale presenza lo sposo chiese chi fosse, e questi gli rispose
che proprio lui lo aveva invitato, accecandogli un occhio;
detto ciò si spogliò mostrandosi per quel che era… uno scheletro!
I due sposi e chissà quanti altri invitati morirono sul colpo. L’altra versione raccolta da Roberto De Simone,
mette in scena una leggenda nera popolare: un giovane camorrista, donnaiolo e spergiuro,
aveva osato profanare il Cimitero delle Fontanelle,
ivi facendo l’amore con una ragazza. Ad un tratto sentì
la voce del capitano che lo rimproverava ed egli, ridendosene,
rispose di non aver paura di un morto. Alle nuove imprecazioni del capitano,
il temerario giovane lo aveva sfidato a presentarsi di persona,
giurando ironicamente di aspettarlo il giorno del suo matrimonio
(e intanto giurando in cuor suo di non sposarsi mai). Però il giovane,
dimentico del giuramento, dopo qualche tempo si sposò. Al banchetto
di nozze si presentò tra gli invitati un personaggio vestito di nero che nessuno
conosceva e che spiccava per la sua figura severa e taciturna.
Alla fine del pranzo, invitato a dichiarare la sua identità,
rispose di avere un dono per gli sposi, ma di volersi mostrare solo a loro. Gli sposi lo ricevettero nella camera attigua,
ma quando il giovane riconobbe il capitano fu solo questione di un attimo:
il capitano tese loro le mani e dal suo contatto infuocato gli sposi caddero morti all’istante. La particolarità di tale teschio, posto all’interno di una teca,
è la sua lucidatura: mentre gli altri crani sono ricoperti di polvere
quest’ultimo è infatti sempre ben lucidato, forse perché raccoglie
meglio l’umidità del luogo sotterraneo, che è stata sempre interpretata
come sudore: « Se domandate ai devoti vi diranno che quell’umidità è sudore delle anime del Purgatorio» . Gli umori che si depositano su questi resti sono ritenuti dai fedeli acqua purificatrice,
emanazione dell’aldilà in quanto rappresentazione delle fatiche e delle sofferenze cui sono sottoposte le anime.
Ci seppellivano i morti extra moenia. Soprattutto quelli della peste del 1656 e quelli del colera del 1865.
Epidemie tragiche che decimarono la città e riempirono l’antica cava di tufo di resti anonimi,
di corpi senza identità a cui dare sepoltura comune. Si pensava a salvare i vivi, e si abbandonarono
i legami con i morti, perdendo il lutto privato della perdita. Un bel respiro prima d’entrare, nel cimitero nascosto nel cuore della Sanità:
qui si refriscano ll’anem ‘o Priatorio: quarantamila cape ‘è morte, teschi allineati e impilati,
innumerevoli resti anonimicompressi sotto il piano di calpestio;
ossa per almeno quattro metri di profondità.
Entrando ci si fa il segno della croce, si tocca un teschio, si aspetta
come se dovesse arrivare una particolare energia. Le cave sono umide,
le capuzzelle sudano acqua purificante, emanazione dell’Aldilà, si dice. Qualcuna si fa riconoscere subito, qualcun’altra aspetta di venire in sogno.
Cercano la pace che solo le preghiere di chi è in terra può dare.
Anime pezzentelle, poverelle, ma non basta ancora,
bisogna ripeterselo in mente finché non si sprigionatutta
la pietà che tiene dentro: l’abbandono, la dimenticanza, quel senso disperato
di misericordiosa partecipazione. L’adozione è umana oltre che religiosa, un rito di compassione.
Il rapporto della città di Napoli con la morte è un interrogartivo
che sorge a ogni angolo. A Napoli la morte è l’altra faccia della vita:
non si scaccia, ci si allea per averne vantaggio. Le anime purganti sono il legame con l’aldilà,
quelle che guidano e proteggono chi è ancora in vita. Il silenzio, l’enormità degli spazi illuminati da una luce avvolgente,
la litania delle preghiere: sembra di trovarsi protagonisti di una tragedia greca.
Fasci di luce generati dalle poche fessure si stagliano in maniera magistrale sui corpi,
sottolineando i pochi dettagli e lasciando in un tetro chiaroscuro tutto il resto.
Il ramo centrale di questa suggestiva cava è ben illuminato
e mette in risalto l’altare delle tre croci, la statua di San Vincenzo e la piccola cappella.
Appaiono in ombra le ossa degli appestati e i banchi delle preghiere.
Ai piedi di San Gaetano avanzi di due corpi e un pezzo di leggenza.
Uno sposo scettico, una sposa sfortunata e un capitano che compare al banchetto e li fa morire tutti di paura. Resti senza storia e senza nomi, tranne che per due, Filippo Carafa,
conte di Cerreto dei duchi di Maddaloni, e di sua moglie,
che la credenza popolare vuole soffocata per uno gnocco. Li si distingue facilmente,
sono gli unici di cui resta l’intero scheletro, vestiti e deposti nelle bara.

Un pò di storia
Dalle colline oggi chiamate “Colli Aminei” partivano quattro impluvi i quali, incidendo il tufo,
lo mettevano a nudo creando dei veri e propri valloni, attraverso cui trovava recapito
la cosiddetta “Lava dei Vergini”, colate di fango e detriti provenienti
dall’erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti.
La “lava dei vergini” per millenni ha eroso il vallone delle Fontanelle e della Sanità,
creando le condizioni ottimali per l’estrazione del tufo che le leggi del ‘600,
le prammatiche, vietavano di cavare “intra moenia” per cui lo si prelevava “extra moenia”
proprio in questa zona. La stessa strada, Via Fontanelle, rappresenta
il vecchio impluvio sulle sponde del quale sono dislocate numerose cave che,
fino al secolo scorso, hanno fornito i materiali da costruzione per l’attività edilizia
di tutta la città e che oggi sono adibite ad usi più disparati:
deposito di ulive, vetrerie, lavorazione di cioccolata, marmi, garages, cantine.
A metà del XVI secolo, la lava provocò un’enorme voragine nella strada delle Fontanelle,
per cui si ordinò ai “salmatari di riempire la stessa con sfabbricatura”;
questa notizia ci fa capire che già a quel tempo le Fontanelle erano praticate dai salmatari.
All’epoca i morti venivano interrati nelle chiese,
dove però non c’era più posto per cui i salmatari, di notte,
li disseppellivano e li scaricavano nelle vecchie cave abbandonate.
A seguito dell’ennesima alluvione, dalle cave fuoriuscirono molte salme
e si racconta che gli abitanti della Sanità non uscivano di casa
per non riconoscere i propri morti. Fu ordinato, quindi, ai salmatari ricomporli nell’ultima cava.
L’origine di questo ossario, però, si fa risalire al XVI secolo
quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie tre terremoti,
cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie e, essendo il luogo isolato,
fu qui che vennero raccolti i cadaveri delle vittime. Micidiale fu la pestilenza del 1656,
per cui i muri che chiudevano le cave furono di nuovo abbattuti e le stesse cave,
secondo alcuni, accolsero 250.000 cadaveri su una popolazione 400.000 abitanti
e, secondo altri, addirittura 300.000. L’architetto Carlo Praus racconta che nel 1764,
“epoca memoranda di una esterminatrice carestia”, il Cimitero delle Fontanelle
fu destinato dal Comitato di Pubblica Sanità a seppellire le salme della bassa popolazione,
che non trovavano posto nelle pubbliche sepolture delle chiese all’interno della Città.
Ed ancora il Praus, a seguito dell’editto di Saint-Cloud del giugno 1804,
presenta nel 1810 un progetto per la costruzione di un vasto camposanto
mediante l’ampliamento dell’antica necropoli delle Fontanelle.
Nel 1837, per provvedimento del Consiglio Sanitario, in seguito all’invasione del “colera morbu”,
furono portati in questo cimitero altre salme. Nello stesso anno,
essendo stato ordinato di togliere gli ossami da tutti i cimiteri delle parrocchie
e delle confraternite e di portarli nell’Ossario delle Fontanelle, un gran numero di carri,
scortati da confratelli e guardie, trasportarono in queste grotte cataste di resti mortali.
Il cimitero rimase abbandonato fino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei,
Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di popolane mise in ordine
le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e tutte anonime,
ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni,
morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni
morta il 5 ottobre 1795; entrambi riposano in bare protetti da vetri.
Il corpo di Donna Margherita è mummificato ed il teschio ha la bocca spalancata
come di chi sta per vomitare, per cui si dice che la nobildonna sia morta strangolata da uno gnocco.
Nell’ordinare le ossa furono messe nella navata retrostante la chiesa
quelle provenienti dalle parrocchie e dalle congreghe, per cui essa fu detta “navata dei preti”;
la centrale fu chiamata “navata degli appestati”
perché in essa erano stati sotterrati questi morti.
L’ultima è la “navata dei pezzentelli” perché qui furono accomodate le ossa della gente povera.
Così il cimitero entrò nel costume cittadino.
Oggi, è insieme un luogo di culto e di macabro fascino,
in cui si concentrano anche molte leggende e racconti di miracoli

golgota nella navata dei preti
Gli anedotti
Il culto delle anime del Purgatorio · l’Anime Pezzentelle Nel documento del canonico e archeologo Andrea De Jorio,
vi è gia preciso riferimento alla trasformazione della cava a luogo di culto,
(”….fu costruito un muro ed un altare…”) avvenuto verso la fine del 1700.
Dalla metà del1800 circa, un gruppo di popolane del rione Sanità, denominate “e’ maste”,
riordinò tutti i resti mortali ammassati disordinatamente all’interno della cavità
nel corso delle varie epoche. Tutte le ossa furono disposte in una sorta di “pietas popolare”
a ridosso delle pareti tufacee seguendo scemi e raggruppamenti ben precisi.
Questa sistemazione è ricordata con una lapide all’esterno della chiesa di Maria S.S. del Carmine
realizzata alla fine dell’800 e tende a ricordare tutti coloro che morirono
in occasione delle pestilenza, in povertà o nelle carceri e classificati pertanto come resti mortali “anonimi”.
A guidare e coordinare i fedeli nella opera di sistemazione dei resti mortali
è stato il canonico Gaetano Barbati, fondatore e promotore di un’Opera pia
per il suffragio delle “anime in pena”. Nel marzo del 1872 il cimitero delle Fontanelle
venne aperto al pubblico e le chiavi dal Municipio vennero consegnate
al parroco di Materdei. Grazie a Barbati e al Cardinale Sisto Riario Sforza
fu istituita un’Opera di suffragio ai defunti nel detto cimitero”…adibendo a chiesa provvisoria
la prima cava, sgombrata all’uopo dagli ossami con gran concorso di popolo …”.
Il 13 maggio 1877 fu celebrata nel cimitero una prima manifestazione religiosa alla presenza
del Cardinale Sforza che prese parte anche alla processione che seguì il detto rito di pietà ed espiazione. Dal 1884, anno in cui fu terminato il riordino dei resti umani,
la “pietas popolare” napoletana si è rivolta alle “ossa e crani anonimi”
con devozione religiosa familiare, con un culto che spesso richiama arcaiche tradizioni di tipo pagano.
Alle anime in pena si rivolgevano amorevoli cure e suffragi, garantendo loro il cosiddetto “refrisco”.
Questo “refrigerio” sarebbe poi stato successivamente ricambiato con l’intercessione dell’anime
in pena per la protezione del fedele nei momenti di bisogno. I napoletani, in un clima
di venerazione e culto anonimo, iniziarono dunque ad esprimere
la propria devozione verso un ideale diverso dalla santità. La devozione spinta fino all’ “adozione” del teschio e la collocazione di immaginette votive
e messaggi scritti all’interno dei reliquari esprimeva una forma di equilibrio
tra il culto dei Santi e la devozione popolare delle anime del purgatorio.
Il grande numero di urne devozionali site nel Cimitero delle Fontanelle
rappresentano i ringraziamenti dei fedeli per le grazie ottenute
con l’intercessione delle anime in pena. Le “Maste”, ossia le popolane-devote
alle quali la tradizione locale aveva attribuito una particolare sensibilità
per il culto delle anime purganti, hanno aiutato migliaia di fedeli nella ricerca
delle anime particolarmente bisognose di cure e preghiere. All’interno del cimitero
si snodavano le processioni religiose, e venivano recitate le caratteristiche
“giaculatorie e litanie” per le anime in pena, tra le tante una:
Anime sante, anime purganti, Io son sola e vuie siete tante Andate avanti al mio Signore e raccontateci tutti i miei dolori Prima che s’oscura questa santa giornata da Dio voglio essere consolata. Pietoso mio Dio col sangue Tuo redento a tutte le anime del Purgatorio salutammelle a tutti i momenti, Eterno Riposo

Le leggende In un ambiente cosi suggestivo e magico non potevano non nascere
le varie personificazioni delle “anime pezzentelle”. Ecco dunque nascere la figura di Lucia,
una giovinetta morta subito prima del matrimonio o, le presenze di uomini morti in guerra,
principesse cavalieri. Talvolta poi, i teschi hanno una storia e un nome trasmessi
attraverso racconti tramandatisi nel tempo; è il caso del “monaco” (o’ capa e Pascale)
in grado di far conoscere i numeri vincenti al gioco del lotto, quella del “capitano”,
figura di riferimento emblematica del cimitero delle fontanelle o quella di “donna Concetta”
nota più propriamente come “a’ capa che suda”. Altro aspetto significativo
è legato alle leggende sulle storie dei bambini in particolare quella di “Pasqualino”.
“Io ero ciò che tu sei; tu sarai ciò che io sono” La Morte Suggestiva è la pratica delle adozioni di alcuni teschi
che, di solito, venivano messi in teche e venerati o per grazia ricevuta
o per voto o per fede. Nacquero così numerose storielle,
tra cui quelle già ricordate dei due teschi che sudano e quella del Capitano. Questo teschio era stato adottato da una povera ragazza,
ad esso ella rivolge tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito.
Così avvenne e, prima di andare all’altare, la giovane volle ringraziare il teschio
per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti erano attirati dalla presenza
in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo; questi, al passaggio degli sposi,
sorrise alla ragazza e le fece l’occhiolino. Il marito, ingelosito,
lo affrontò e lo colpì ad un occipite con un pugno. Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero
per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera.
Si gridò al miracolo ed il teschio in questione fu indicato come il “Teschio del Capitano”. In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.
Alcuni messaggi rinvenuti nei teschi Anima bella venitemi in sogno e fatemi sapere come vi chiamate. Fatemi la grazia di farmi uscire la mia serie della cartella Nazionale. Anima bella fatemi questa grazia, a buon rendere…
Napoli 3/4/1944 La famiglia dell’Aviere Lista Ciro trovandosi senza notizie di suo figlio da pochi giorni dopo l’Armistizio e quindi sono otto mesi ed essendo devota di voi aspetta con tanta fede da voi la bella grazia.

Ossoteca
da
http://www.comune.napoli.it/
http://www.grandenapoli.it/ | 20 novembre
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Oggi 20 novembre si celebra in
tutto il mondo la giornata
universale dell’infanzia e dell’adolescenza, questa celebrazione venne
raccomandata dalle Nazioni Unite nel 1854 che, rivolte verso tutti i paesi,
disse di istituire una “Universal
Children’s Day” ovvero la giornata
universale dell’Infanzia.




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Dite: è faticoso frequentare bambini. Avete
ragione. Poi aggiungete: bisogna
mettersi al loro livello, abbassarsi,inclinarsi, curvarsi,farsi
piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E' piuttosto il
fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all'altezza dei loro
sentimenti. Tirarsi,allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non
ferirli.
J.KORCZACK

Poster da
http://www.allposters.it/
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| | 19 novembre
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Buon Giovedì.....
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...e se le fate esistessero davvero?

<<Per monti e burroni,
per siepi e giardini,
tra fiori e tra spini,
tra flutti e tra tuoni,
più lieve d'un raggio
del sole di maggio
volando viaggio
al comando della divina
che delle Fate è la regina.
D'una primula dorata
nella campanula fatata
troverò nascosta
la stilla incantata . >>
Shakespeare

By Sofia


dal web
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